Letter to Italian Foreign Ministry – ITALIAN AND ENGLISH

Al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana

all’attenzione:

  • del Ministro Luigi Di Maio

  • delle Vice Ministre Emanuela Claudia Del Re e Marina Sereni

  • dei Sottosegretari Manlio Di Stefano, Ricardo Antonio Merlo e Ivan Scalfarotto

e p.c.

Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte

26 agosto, 2020

Gentilissimi/e,

Siamo associazioni coinvolte da anni nella solidarietà internazionale, in particolare verso il popolo palestinese. Il nostro lavoro volontario è rivolto a sostenere i diritti della popolazione palestinese: vita materiale, salute fisica e mentale e istruzione/cultura in Palestina. Conosciamo quindi abbastanza bene la situazione in quella terra e di quella popolazione e gli eventi della storia recente.

Vi scriviamo dopo aver letto il comunicato della Farnesina del 14 agosto (1) sulla normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e sulla “sospensione” dell’applicazione della sovranità dello Stato Israeliano su territori occupati illegittimamente ed illegalmente, un comunicato in cui si auspica che ciò serva a riaprire un dialogo Israelo-Palestinese per la soluzione genericamente detta di “due stati”.

Vorremmo che finalmente si uscisse dalla vaghezza sulla questione, e si smettesse solo di invocare una soluzione impossibile nello status quo sul terreno, vorremmo che si tenesse conto che dopo 27 anni di “dialogo” la persistente occupazione ha creato una situazione in cui i territori della Cisgiordania e Gaza, sono stati definitivamente separati con muri e barriere in modo che non ci possa essere né continuità territoriale né movimenti di persone o cose, se non in casi molto rari.

Oggi, lo stato israeliano non riconosce le sue frontiere e continua ad occupare porzioni crescenti di territorio palestinese. All’interno della Cisgiordania occupata, sono stati incuneati innumerevoli insediamenti illegali, 700.000 coloni e strade ad essi riservate, creando una situazione per cui neanche la Cisgiordania stessa ha continuità territoriale ma risulta frammentata in zone, circondate da muro e/o interrotte da territorio “riservato e militarizzato”.

Gerusalemme Est è soggetta a demolizioni di case palestinesi ed è isolata dalla Cisgiordania, e persino la possibilità di accedere alla moschea di Al Aqsa non è garantita.

In Cisgiordania si sono rese più frequenti demolizioni di case e micro e macro spostamenti forzati di palestinesi avvengono quotidianamente; cosi anche. le incursioni militari con abusi su civili, e lo spostamento illegale, compreso di bambini e donne, nelle prigioni israeliane dove sono incarcerati e spesso abusati fisicamente e psicologicamente, per lo più spesso senza imputazioni (detenzioni amministrative). Interi villaggi sono sotto minaccia da parte di coloni armati, che occupano, bruciano alberi e picchiano quotidianamente i contadini.

Ai Palestinesi è precluso il diritto al ritorno nelle terre di origine (2).

La popolazione di Gaza, fisicamente isolata da 13 anni, e le cui strutture civili (abitazioni, scuole, ospedali, strade, fognature, sistemi idrico ed elettrico) sono state distrutte ripetutamente e ampiamente dalle operazioni militari israeliane, non ha mai potuto vivere più di qualche mese senza crisi, a causa del continuo impedimento all’ingresso di beni essenziali (medicine, gas, elettricità). Quando a Gaza la popolazione ha scelto di manifestare in massa nel 2018, abbracciando forme di resistenza pacifica per rendere nota al mondo la situazione, la risposta è stata quella di attacchi “preventivi” da parte di cecchini, che hanno provocato 278 vittime, 17.000 feriti e circa 3.000 disabili a vita; tra le vittime anche disabili senza arti, bambini, paramedici e giornalisti, tutti ben identificabili dai militari. Oggi Gaza è sempre più strettamente assediata, attualmente sotto bombardamento da giorni, sprofondata in una crisi, a cui si è aggiunta anche la pandemia. Le risposte a queste crisi sono affidate all’intervento umanitario internazionale, sottoposto anch’esso tuttavia all’arbitrio del governo israeliano che centellina anche la possibilità per bambini gravemente malati di essere sottoposti a terapie essenziali alla sopravvivenza in strutture idonee.

Tutti questi comportamenti dell’occupante sono crimini secondo la legislazione e convenzioni internazionali, tra cui crimine di apartheid, di punizione collettiva, crimini contro l’umanità, come da definizioni della legislazione internazionale e dai documenti ufficiali e report di esperti dell’ONU e delle sue Agenzie (2-5)e sono attualmente all’esame della Corte Penale Internazionale per la Palestina oltre ad essere state documentate in un gran numero di documenti dettagliati dell’ONU e di associazioni israeliane, palestinesi ed internazionali.

Il fatto che questi crimini avvengano quasi quotidianamente dovrebbe essere oggetto di denuncia e sanzioni da parte della comunità internazionale verso Israele, e non garantire immunità, e men che meno può dare credibilità ad un dialogo già protrattosi proditoriamente per 27 anni.

In questo preoccupante contesto, dunque, la normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, non può nascondere il permanere di uno stato di fatto che comprime pesantemente e nega i diritti dell’intero popolo palestinese e prolunga indefinitamente le condizioni di instabilità dell’intera area. Per altro la sospensione della estensione di sovranità su una consistente parte del territorio occupato illegalmente, non sta cambiando le attività di espansione sul terreno né la decisione dell’attuale governo israeliano di estendere su di esso la piena sovranità, come ha precisato subito il primo ministro Netanyahu, ma semplicemente ne rinvia l’applicazione.

Crediamo quindi che l’Italia e l’intera Europa non possano limitarsi a dichiarazioni di auspicio, o peggio di plauso, ma debbano impegnare tutto il loro peso politico, morale ed anche economico e commerciale per imporre il rispetto dei diritti dei popoli e il raggiungimento di una pace che soddisfi tali diritti e non essere acquiescenti allo status quo della occupazione e annessione.

Come cittadini/e italiani/e, attenti alle vicende del popolo palestinese, vorremmo avere la possibilità di una interlocuzione con Voi per chiedere prese di posizione concrete mirate a porre fine alle discriminazioni, agli arbitri e spesso a vere e proprie persecuzioni a danno del popolo palestinese. Analoga azione stiamo proponendo insieme alle altre Associazioni per la Poalestina componenti il Coordinamento europeo, negli altri Paesi Europei e presso le Istituzioni comunitarie, mentre iniziative simili sono intraprese a livello internazionale da numerose associazioni di ebrei.

In attesa di un vostro riscontro, che ci auguriamo sia accompagnato da una data per un appuntamento telematico, inviamo cordiali saluti

NWRG-onlus– Presidente Prof. Paola Manduca, tel 3472540531,  newweapons@libero.it ; newweapons@pec.libero.it 

Associazione giuristi democratici

Associazione Oltre il Mare

Parallelo Palestina

Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Trieste

Salaam Ragazzi dell’Olivo-Milano

  

  1. https://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/accordo-di-normalizzazione-delle-relazioni-fra-israele-ed-emirati-arabi-uniti.html

  2. Article 13 of the Universal Declaration of Human Rightshttps://www.un.org/en/udhrbook/pdf/udhr_booklet_en_web.pdf
  3. Richard Falk’s report – Gaza 2009: the blockade constitutes a war crime of great magnitude *** UN-Truth 2010
  4. https://www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/RegularSessions/Session44/Documents/A_HRC_44_60.pdf
  5. ESCWA report 2017- https://www.unescwa.org/publications/annual-report-2017
  6. Article II of the International Convention on the Suppression and Punishment of the Crime of Apartheid (1973)- https://treaties.un.org/doc/publication/unts/volume%201015/volume-1015-i-14861-english.pdf
  7. Charter of the United Nations (1945), the Universal Declaration ofHuman Rights (1948)- Charter  https://www.un.org/en/sections/un-charter/un-charter-full-text/, and the International Convention on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination (1965)- https://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/cerd.aspx

To the Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation of the Italian Republic

to the attention:

– by Minister Luigi Di Maio

– of the Deputy Ministers Emanuela Claudia Del Re and Marina Sereni

– of Undersecretaries Manlio Di Stefano, Ricardo Antonio Merlo and Ivan Scalfarotto

and p.c.

To the Prime Minister Giuseppe Conte

August 26, 2020

Dear / s,

We are associations involved for years in international solidarity, in particular towards the Palestinian people. Our voluntary work is aimed at supporting the rights of the Palestinian population: material life, physical and mental health and education / culture in Palestine. We therefore know quite well the situation in that land and that population and the events of recent history.

 

We are writing to you after reading the press release from the Farnesina of August 14 (1) on the normalization of relations between Israel and the United Arab Emirates and on the “suspension” of the application of the sovereignty of the Israeli state over illegitimately and illegally occupied territories, a press release in which was expressed hope that this will serve to reopen an Israeli-Palestinian dialogue for the generically called “two-state” solution.

 

We would like our Government to finally get out of the vagueness on the issue, and stop just calling for a solution impossible in the status quo on the ground; we would like it be taken into account that after 27 years of “dialogue” the persistent occupation has created a situation in which the territories of the West Bank and Gaza have been definitively separated with walls and barriers so that there can be neither territorial continuity nor movement of people or things, except in very rare cases.

 

Today, the Israeli state does not recognize its borders and continues to occupy increasing portions of Palestinian territory. Within the occupied West Bank, countless illegal settlements, 700,000 settlers and roads reserved for them have been wedged, creating a situation in which not even the West Bank itself has territorial continuity but is fragmented into areas, surrounded by walls and / or interrupted by territory ” reserved and militarized “.

East Jerusalem is subject to Palestinian house demolitions and isolated from the West Bank, and even access to the Al Aqsa mosque is not guaranteed.

House demolitions have become more frequent in the West Bank and forced micro and macro displacements of Palestinians occur daily; so too. military incursions involving civilian abuse, and the illegal movement, including of children and women, into Israeli prisons where they are incarcerated and often physically and psychologically abused, mostly often without charges (administrative detentions). Whole villages are under threat from armed settlers, who occupy, burn trees and beat farmers daily.

Palestinians are denied the right to return to their lands of origin (2).

The population of Gaza, physically isolated for 13 years, and whose civilian structures (homes, schools, hospitals, roads, sewers, water and electricity systems) have been repeatedly and extensively destroyed by Israeli military operations, have never been able to live longer than a few months without a crisis, due to the continuous impediment of entry of essential goods (medicines, gas, electricity). When in Gaza the population chose to demonstrate en masse in 2018, embracing forms of peaceful resistance to make the situation known to the world, the response was that of “preemptive” attacks by snipers, which resulted in 278 victims, 17,000 injured and about 3,000 disabled for life; among the victims also disabled people without limbs, children, paramedics and journalists, all easily identifiable by the Israeli military. Today Gaza is increasingly tightly besieged, currently under bombardment for days, plunged into a crisis, to which the pandemic has also been added. The responses to these crises are entrusted to international humanitarian intervention, which is also subjected to the will of the Israeli government, which also sips the possibility for seriously ill children to be subjected to essential therapies for survival in suitable structures.

All these occupier behaviors are crimes under international law and conventions, including apartheid crime, collective punishment, crimes against humanity, as per definitions of international law and official documents and expert reports of the UN and the its Agencies (2-5) and are currently under consideration by the International Criminal Court for Palestine as well as having been documented in a large number of detailed documents of the UN and of Israeli, Palestinian and international associations.

The fact that these crimes occur almost daily should be subject to denunciation and sanctions by the international community against Israel, and not guarantee immunity, let alone give credibility to a dialogue that has already lasted treacherously for 27 years.

In this worrying context, therefore, the normalization of relations between Israel and the United Arab Emirates cannot hide the persistence of a de facto state that heavily compresses and denies the rights of the entire Palestinian people and indefinitely prolongs the conditions of instability of the whole area. On the other hand, the suspension of the extension of sovereignty over a large part of the illegally occupied territory is not changing the expansion activities on the ground nor the decision of the current Israeli government to extend full sovereignty over it, as the Prime Minister immediately specified. Netanyahu, but simply postpones its application.

We therefore believe that Italy and the whole of Europe cannot limit themselves to declarations of hope, or worse, of applause, but must commit all their political, moral and also economic and commercial weight to enforce respect for the rights of peoples and the achievement of a peace that satisfies these rights and not acquiesce to the status quo of occupation and annexation.

As Italian citizens, attentive to the events of the Palestinian people, we would like to have the possibility of a dialogue with you to ask for concrete positions aimed at putting an end to discrimination, to arbitrators and often to real persecutions to the detriment of the people. Palestinian. We are proposing a similar action together with the other Associations for Palestine that make up the European Coordination, in the other European countries and at the community institutions, while similar initiatives are being undertaken at an international level by numerous Jewish associations.

Waiting for your reply, which we hope will be accompanied by a date for an online appointment, we send cordial greetings

NWRG-onlus– Presidente Prof. Paola Manduca, tel 3472540531,  newweapons@libero.it ; newweapons@pec.libero.it 

Associazione giuristi democratici

Associazione Oltre il Mare

Parallelo Palestina

Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Trieste

Salaam Ragazzi dell’Olivo-Milano

  

  1. https://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/accordo-di-normalizzazione-delle-relazioni-fra-israele-ed-emirati-arabi-uniti.html

  2. Article 13 of the Universal Declaration of Human Rightshttps://www.un.org/en/udhrbook/pdf/udhr_booklet_en_web.pdf
  3. Richard Falk’s report – Gaza 2009: the blockade constitutes a war crime of great magnitude *** UN-Truth 2010
  4. https://www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/RegularSessions/Session44/Documents/A_HRC_44_60.pdf
  5. ESCWA report 2017- https://www.unescwa.org/publications/annual-report-2017
  6. Article II of the International Convention on the Suppression and Punishment of the Crime of Apartheid (1973)- https://treaties.un.org/doc/publication/unts/volume%201015/volume-1015-i-14861-english.pdf
  7. Charter of the United Nations (1945), the Universal Declaration ofHuman Rights (1948)- Charter  https://www.un.org/en/sections/un-charter/un-charter-full-text/, and the International Convention on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination (1965)- https://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/cerd.aspx

Letter from European researchers and academics concerning Israel’s participation in Horizon Europe

As both professionals directly involved in research and members of civil society, we appeal to the EU to mobilize all diplomatic means to pressure Israel to comply with International Law. The move to unilateral annexation is the decisive act of defiance that should be met with sanctions, not with words. In the face of the imminent threat of annexation that would formally establish Israeli sovereignty over stolen territories, we reiterate that the EU should exclude Israel from EU Research Programmes, suspend the EU-Israel Association Agreement and implement a comprehensive arms embargo against Israel. Exclusion of Israel and Israeli companies accused of war crimes from the research programmes is the absolute minimum needed as a first measure against Israel’s’ violations of international law. As the exclusion of a country from EU Research Programmes does not require a unanimous decision of the European Council and falls under the responsibility of the European Commission and the Parliament, we urgently appeal to you to uphold justice by implementing this first step which is within your power.

Read the complete text of the letter

No Israeli drones for EU’s anti-migration policies

The Petition

To: EU Commissioner Adina Valean, EU Commissioner Virginijus Sinkevicius, EU Commissioner Yiva Johansson

Dear Sir/Madam,

Since November 2018 the European Maritime Safety Agency (EMSA) has leased through the Portuguese company CeiiA two Hermes 900 drones, so-called ‘killer drones’ manufactured by Israel’s largest military company Elbit Systems. Under the € 59 million worth 2 year leasing contract, the drones are used mainly to implement the EU’s repressive anti-migration policies. Experts condemn the move to aerial surveillance as an abrogation of the responsibility to save lives. Worse, the Elbit’s killer drones are supporting Frontex and national authorities in Greece, where migrants and refugees have been targeted with live ammunition at sea.

Elbit Systems develops its drones together with the Israeli military and promotes its technology as field tested – on Palestinians. It provides 85% of the drones used by Israel in its repeated military assaults and continued inhumane siege on Gaza. Hermes drones have been used to kill the four children playing at the beach during Israel’s attack on Gaza in 2014.

These drones can kill but can’t save lives.

Therefore, I demand:

  • EMSA to stop using these drones and EMSA and CeiiA not to renew the leasing contract.
  • Our national authorities not to request these drones for use in their airspace.
  • the European Union not to spend public tax money to finance Israel’s military industry but instead to use its funds to protect human rights for all and not for the militarization of borders and the sea.

Sign the petition

13 years since the start of the Gaza closure

 Dear Friends and Supporters!

This June, Palestinians mark 13 years since the start of the Gaza closure.

As the world continues to respond to COVID-19, Palestinians in Gaza are particularly susceptible to the pandemic due to overcrowding, the inability to access adequate water and sanitation, and a healthcare system crippled by successive Israeli military attacks and years of structural violence that denies Palestinians their basic human rights, with impunity.

All aspects of life in the Gaza Strip have been undermined by Israel’s prolonged closure. Since 2012, the UN has repeatedly warned that Gaza would become unliveable by 2020 should Israel fail to lift its illegal closure, which has severely deprived Palestinians of the ability to exercise their individual and collective rights.

We are calling for a genuine solidarity movement that will allow us to create the political will to address the root causes of the deprivation of Palestinian’s rights in Gaza and to lift Israel’s illegal closure. The Palestinian people in Gaza need effective measures and meaningful global action and solidarity to let Gaza live and lift the closure with immediate effect.

Follow us on Twitter, Facebook and Instagram @LiftTheClosure

Sign and promote Petition for lifting the closure.

We welcome signatures from individuals and organisations to show global support to lift the Gaza closure.

The petition will serve as the basis for a joint civil society statement calling for an end to this injustice.

*The content of the campaign materials were prepared jointly by Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights, Medical Aid for Palestinians (MAP), Palestinian Centre for Human Rights (PCHR).

Joint “Lift the Gaza Closure” campaign with civil society:  http://mezan.org/en/post/23751

The campaign on Facebook: https://www.facebook.com/MezanCenter/posts/3133419086708544

The campaign on Twitter: https://twitter.com/AlMezanCenter/status/1270735409597886465

Gaza freedom is freedom for Palestine, a letter on the second anniversary of the March for Return

March 30, 2020

We4Gaza, salute Gaza people in the Land day and in the second anniversary of the March for Return and bring again to you our solidarity, as people of the world, to the struggle for the freedom, autonomy and return to their land of Palestinians.

Meanwhile, more attacks have been waged against the reunion on their land of Palestinians, against your sovereignty in and on it, and against your supporters abroad. And the siege on Gaza continues.

The price payed for the pacific quest for freedom and for showing the unity of the people of Gaza behind this quest, has been met with violence, fear and purposeful aggressivity and this finally has produced more attention and understanding by the world of your reasons, and of the criminality in the response and may be also matter of investigation in International criminal court, if the harassment that its personnel is recently denouncing will not prevail to mute it.

We today mourn again with the families of the victims of the March of return, we remember those who lost their ability to live a normal life and were maimed and we hope that the recognition that they are our living memory can be of support for them, while we try to help them to find a way in life.

We today find Gaza under a shared alarm, braced to do its best to contain and limit the spread of the viral infection which is riding the world. We are directly aware that even in European countries better off of in term of public health the capabilities to confront the epidemic are insufficient.

We are aware of the difficulties imposed on the Gaza health system by the precarity, purposefully imposed by the siege, and its aggravation by the equally purposeful maiming of thousands of protestors in the March of return and we understand and admire the present efforts of containment, quarantine, sanitation that Gaza is undertaking.

And while we hope our collective help will be able to reach you, we hope this emergency will not leave Gaza even less capable to run its public health, as at each previous emergency the system of occupation managed to make this happen. So, meanwhile and till we succeed, we continue to ask for the lifting of the siege and for an open channel by sea with the world through international waters and the building of a port.

We join the request to free the Palestinian prisoners in Israeli jails, the children prisoners, the administrative prisoners and for the health security now and the possibility to communicate with the families of all prisoners.

We, as people of the world are with you and will do our best to support in the emergency and for the long term struggle for freedom, return and better resources.

In solidarity

The people of the we4gaza appeal


ITALIAN

30 marzo 2020

Noi di We4Gaza salutiamo la gente di Gaza nella Giornata della Terra e nel secondo anniversario della Marcia per il Ritorno e mandiamo a voi la nostra solidarietà, come persone del mondo, nella lotta per la libertà, l’autonomia e il ritorno nella loro terra dei Palestinesi.

Nel frattempo sono stati lanciati ulteriori attacchi contro la riunione nella loro terra dei Palestinesi, contro la vostra sovranità dentro e su di essa e contro i vostri sostenitori all’estero. E l’assedio a Gaza continua.

Il prezzo pagato per la pacifica ricerca della libertà e per mostrare l’unità del popolo di Gaza dietro questa ricerca è stato accolto con violenza, paura e aggressività intenzionale; questo alla fine ha prodotto più attenzione e comprensione da parte del mondo delle vostre ragioni e della criminalità nella risposta e può anche essere oggetto di indagine presso il tribunale penale internazionale, se le molestie che il suo personale sta recentemente denunciando non prevarranno per silenziarlo.

Oggi piangiamo di nuovo con le famiglie delle vittime della Marcia del ritorno, ricordiamo coloro che hanno perso la capacità di vivere una vita normale e sono stati mutilati e speriamo che il riconoscimento che essi sono la nostra memoria vivente possa essere di supporto per loro, mentre cerchiamo di aiutarli a trovare una soluzione per la loro vita.

Oggi troviamo Gaza sotto un allarme condiviso, pronta a fare del suo meglio per contenere e limitare la diffusione dell’infezione virale che sta cavalcando il mondo. Siamo direttamente consapevoli che anche nei paesi europei meglio dotati in termini di salute pubblica le capacità per affrontare l’epidemia sono insufficienti. Siamo consapevoli delle difficoltà imposte al sistema sanitario di Gaza dalla precarietà, intenzionalmente imposta dall’assedio, e dal suo aggravamento causato dalla mutilazione altrettanto intenzionale di migliaia di manifestanti nella marcia del ritorno e comprendiamo e ammiriamo gli attuali sforzi di contenimento, quarantena, servizi igienico-sanitari che Gaza sta intraprendendo. E, mentre speriamo che il nostro aiuto collettivo sia in grado di raggiungervi, speriamo che questa emergenza non lascerà Gaza ancora meno in grado di gestire la sua salute pubblica, dato che, purtroppo, ad ogni precedente emergenza il sistema di occupazione è riuscito a farlo accadere. Quindi, nel frattempo e fino a quando non riusciremo ad avere successo, continueremo a chiedere la sospensione dell’assedio e un canale aperto via mare con il mondo, attraverso le acque internazionali e la costruzione di un porto.

Ci uniamo alla richiesta di liberare i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, i bambini prigionieri, i prigionieri amministrativi e di garantire la sicurezza sanitaria e la possibilità di comunicare con le famiglie di tutti i prigionieri.

Noi, persone del mondo, siamo con voi e faremo del nostro meglio per sostenere l’emergenza e la lotta a lungo termine per la libertà, il ritorno e risorse migliori.

In solidarietà

Le persone dell’appello di we4gaza

 

Avviso

Oggi, in segno di solidarietà, nelle nostre case, proietteremo un breve film fatto dalla nostra amica Monica Maurer, regista, del cineforum Palestina

 


LA LIBERTÉ POUR GAZA C’EST LA LIBERTÉ POUR LA PALESTINE – UNE LETTRE POUR LE DEUXIÈME ANNIVERSAIRE DE LA MARCHE DU RETOUR

30 mars 2020

Nous-Pour-Gaza, saluons le peuple de Gaza à l’occasion du deuxième anniversaire de la Marche du Retour et renouvelons notre solidarité en tant qu’habitants du monde, à la lutte pour la liberté, l’autonomie et pour le retour des Palestiniens sur leur terre

Cependant, de nouvelles attaques ont été menées contre la réunification de la terre palestinienne, contre votre souveraineté sur cette terre et contre ceux qui vous soutiennent à l’étranger. Et le siège de Gaza continue.

Le prix payé pour la quête pacifique de la liberté et pour montrer l’unité du peuple de Gaza derrière cette quête, a rencontré la violence, la peur et une agressivité ciblée, ce qui a finalement entraîné plus d’attention et de compréhension de vos raisons dans le monde, compréhension aussi du caractère criminel de la réponse et peut –être aussi matière à enquête de la cour pénale international, si le harcèlement récemment dénoncé par son auteur ne parvient pas à le faire cesser.

Aujourd’hui nous sommes en deuil avec les familles des victimes de la Marche du retour, nous nous souvenons de ceux qui ont perdu leur capacité à vivre une vie normale et ont été mutilés. Nous espérons que la reconnaissance qu’ils sont notre mémoire vivante peut leur être un soutien, tandis que nous cherchons à les aider à trouver une solution pour leur vie.

Aujourd’hui, Gaza est sous le coup de la même alarme, prête à faire de son mieux pour contenir et limiter la diffusion de l’infection virale qui se répand dans le monde. Nous savons très directement que même dans les pays européens où la santé publique est meilleure, les capacités à faire face à l’épidémie sont insuffisantes.

Nous sommes au courant des difficultés imposées au système de santé de santé de Gaza par la précarité volontairement imposée par le siège et de son aggravation due à la mutilation de milliers de manifestants de la Marche du retour et nous comprenons les efforts actuels de confinement, de mise en quarantaine et d’hygiène entrepris à Gaza.

Et nous espérons que notre soutien collectif pourra aller jusqu’à vous, nous espérons que cette urgence ne mettra pas Gaza encore plus en difficulté pour assurer la santé publique, comme le système d’occupation s’est débrouillé pour le faire à chaque situation d’urgence précédente. Aussi, jusqu’à ce que nous réussissions, nous continuons à demander la levée du siège et l’ouverture d’une voie maritime vers le monde dans les eaux internationales, ainsi que la construction d’un port.

Nous demandons aussi la mise en liberté des prisonniers palestiniens des prisons israéliennes, les enfants prisonniers, les prisonniers en détention administraitve et nous demandons la sécurité sanitaire immédiate et la possibilité de communiquer avec les familles pour tous les prisonniers.

Nous, habitants du monde, sommes avec vous et ferons de notre mieux pour soutenir la lutte pour la liberté dans l’urgence et à long terme, pour le retour et pour de meilleures ressources.

Solidairement

Ceux de l’appel “Nous-Pour-Gaza”

EU and Israel – the Case of Complicity

EU research funds have been a very important source of funding for Israeli academics, corporations, and state institutions, among them a number of military companies and those involved in illegal Israeli settlements. Although Israel is not an EU country, since 1995 Israeli applicants have been able to access EU research funds on the same basis as EU member states through the EU- Israel Association Agreement.

For many years European and Palestinian civil society and human rights organisations have been raising concerns over EU taxpayers’ money being channeled to Israeli companies and institutions accused of war crimes and involved in violations of international law and human rights.

Read the full EU_Israel_Complicity declaration by ECCP.

PHROC Condemns the Death of Palestinian Sick Prisoner Sami Abu Diyak

On 26 November 2019, Palestinian prisoner Sami Abu Diyak died in al-Ramleh Prison Clinic. Abu Diyak was arrested on 17 July 2002, two of his friends were killed during his arrest and another injured. After his arrest, he went through intensive interrogation at the Jalameh interrogation center where he was subjected to various types of physical and psychological torture. During the interrogation period, he was transferred to the hospital three times as a result of the torture and after each time the Israeli occupation forces brought Sami Abu Diyak directly from the hospital to the interrogation rooms once again. After 75 days of this intensive interrogation and torture, the military occupation court sentenced Sami Abu Diyak to three life sentences and 30 years in prison. He has served 17 years, many of them being transferred in and between prisons, clinics, and hospitals.

Read the full statement of the Palestinian Human Rights Organizations Council.

 

Joint Parallel Report to the United Nations Committee on the Elimination of Racial Discrimination on Israel’s Seventeenth to Nineteenth Periodic Reports

By Al-Haq – Law in the Service of Man, BADIL Resource Center for Palestinian
Residency and Refugee Rights, the Palestinian Center for Human Rights, Al Mezan Centre for Human Rights, Addameer Prisoner Support and Human Rights Association, the Civic Coalition for Palestinian Rights in Jerusalem, the Cairo Institute for Human Rights Studies, and Habitat International Coalition – Housing and Land Rights Network

Read the Report

Joint Parallel Report to CERD on Israel’s 17th–19th Periodic Reports (10 November 2019)

One year later, we4Gaza

One year ago we issued a call to the European Parliament and to the EU High Representative for foreign affairs to reconsider, actualize and enact the deliberations already previously approved that could grant the opening of the Rafah border under EUBAM, and to start collection of funds and issue a tender for the reconstruction of the port in Gaza.

The “humanitarian emergency” that led Gaza to be without medicines, sewage, commerce and jobs has been planned carefully and enacted harshly along years by Israeli.

We asked that Europe act to grant a port and stably opened borders. We did not call for the opening any other border under Israeli control. Under the claim of prevention of “dual use” (use of merchandise other than for civilian purposes) Israeli have reduced, prohibited, tricked and controlled the arrival in Gaza of everything along 11 years, eventually determining the present scarcity. Is this control that needs to be removed.

Our call was directed to Europe because of the potential through its previous deliberations for a port and for guarding the borders to rapidly activate the autonomous development for Gaza, liberating the people from the burden that the Israeli (and Egyptian) blockade impose.

We, one year later, acknowledge that, beside a joint meeting of the E.P. Subcommittee on Human Rights and Delegation for relations with Palestine, no priority was given to any of the actions for Gaza by the European High Representative, the European Commission or the Parliament.

Meanwhile, the blockade was aggravated further by the Israeli Government and through internal and proxy measures, the Rafah border was closed almost year long up to the second week of Ramadan (3rd week of June), UNRWA funds were cut by US, and it is menaced itself of closure and on the verge of having to cut educational and health services and food assistance to up to 80% of the Gaza residents. According to Israeli there is “no refugee issue” and no responsibility of providing by the sieging party.

Meanwhile, the Great March for Return has shown the will and determination not of few but of a generation of Gaza youth to take an unarmed path of political protest against the blockade, to request freedom. Unequivocally, and in unity, the population of Gaza is asking for autonomy and freedom to reach outside for commerce, study, work, visiting, developing.
It requests the lifting of the blockade without ambiguity. This is surely conflicting with the Israeli project of continuing to control every aspect of life in Gaza, as reflected also in the criminal aggression that confronted the people in the March.

Meanwhile, the situation evolved with the announcement by Israel Government of its will to solve the “humanitarian crisis”, and by US of the “deal of the century” for Palestine. The core issue on the agenda is the port for Gaza.
The way Israeli proposed to build a port does not include removal of the blockade, but charging its costs and responsibility on the international community, or on a coalition of willing parties while continuing the total control. It contains at the same time the potential, in similarity to the talks within the Oslo peace process, of consolidating its expansion and power even without building the seaport.

This cannot breed peace and development.
It is impossible to think of peace without justice and there is no justice without recognition of the Palestinians’ rights, their autonomy and the end of the siege of Gaza.
In this political context, a further standstill of decision by Europe, would be acceptance if not collaboration with the political and practical process of occupation by Israeli; a clear position must be taken rapidly to remove the blockade.

The Israeli claim is: “we want peace and we want to build a port to solve the humanitarian situation of Gaza”, but “we cannot trust in any foreigner’s hands the security of our country, we have to protect ourselves from the risk of dual use”, thus we have to be the exclusive controllers of the port. This imply continuation of the blockade.

The proposal of a port for Gaza it itself is no news; in time it was presented once and again, always to be cancelled. It was already part of the Oslo agreement (a port was even built and shortly destroyed by bombing), it had sunk into oblivion after Israeli opposed its reconstruction by Europe in the early 2000, it was resuscitated in 2011 by Israeli Minister Kahz, and it was one of the requests from Gaza at the armistice at the end of the 2014 attacks.

The proposal now seem designed to go ahead due to the support from allies who grant to foster, perfect and reinforce the legitimacy of the blockade. It couples the claim to fulfill an “humanitarian urgency” with pressure on the international community, under the condition that the Israeli will control the location and functioning of a port for Gaza.

There is no difference in (or the need for) a seaport when its rules of functioning will be the same as those of the existing the land borders, that enforced the blockade of Gaza for the last 11 years. Such a port would not relieve Gaza from the total, historically arbitrary and oppressive, most often punitive, when not openly criminal, control of Israel on the population.

In the Israeli plan for a port or in the proposal called “the deal of the century” by US (still to be fully unveiled), there is no promise of positive change for Gaza people or of substantial relief from the blockade does not mean that there is not a reason of profit for Israel and its allies.

The common denominators of the vented proposals of seaport for Gaza by Israeli and US, and other supporters, intertwine with each other:

1- In all the proposals the seaport is not on Palestinian land. The locations proposed being El Arish in Egypt, Cyprus or a in more creative version, a new artificial island ashore off Gaza. Security is claimed as the reason for these choices, but it emerges that it may not be the only reason, as below.

2-In all the proposals is requested that the expenses to build and run the seaport will be sustained by “international parties”; these may vary according to the proposed location of the seaport, suggesting that there would be an open tender to the best offer to support the Israeli’s continuing hegemony on Gaza and foster its extension in the Mediterranean. Israel will be the one to give ultimate permission to build a seaport, subject to forward political, practical control of the blockade of Gaza, and to acquire more profits and political power in the Mediterranean area at large.

3-In all the proposals the unique controller of the port will be Israeli, its rules prevailing over any international set of rules. Israel will be the one to determine the rules of function, decide who works there, who serves in the security, in the services etc. and, off course, what and who passes through, by a set of self-determined rules of sort. Since the expenses for this will be on the international community, this will thus legitimate these rules, analogous to those which rule now the land border of Gaza denying freedom for Gaza at any level.

The “deal of the century” indeed, from every point of view, but only for Israel.

We demanded one year ago, and continue to ask, that Europe takes the responsibility of the disasters that its blind support for Israeli governments have produced and continue to allow to be conducted in Palestine, and acts to restore the legitimate rights to freedom for the people of Gaza.

We asked that Europe will use mechanisms already in existence, that could most rapidly grant the self determination of the Palestinians as to what they commerce, who they commerce with, who will travel and who will return home.

We demanded a year ago, and still demand, that Europe acts towards the release of Gaza from the blockade by exercising equity towards the people of Gaza in agreement with international laws and UN deliberations.

Any other position, in the present circumstances would be collaboration to further the enslavement of Gaza people and the dissolution of Palestine.

And it is also highly the time that Europe shows to his own people that words so often used like “equity” and “concern for human rights” and “autonomy of the people” signify actions.

July 10, 2018

 

 

Italian translation

we4Gaza, un anno dopo

Un anno fa abbiamo rivolto un appello al Parlamento europeo e all’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri perchè riconsiderassero, ed attualizzassero le deliberazioni già approvate in precedenza che potrebbero garantire l’apertura del confine di Rafah nell’ambito dell’EUBAM e perchè avviassero la raccolta di fondi per la ricostruzione del porto di Gaza.

La “emergenza umanitaria” che ha portato Gaza a non avere medicine, fognature, commercio e posti di lavoro è stata pianificata con cura e attuata duramente per anni da Israele.

Abbiamo chiesto che l’Europa agisse per garantire un porto e aprire stabilmente frontiere. Non abbiamo chiesto l’apertura di nessun altro confine sotto il controllo israeliano. Sotto la pretesa di prevenzione del “doppio uso” (uso delle merci per scopi diversi da quelli civili), Israele ha ridotto, proibito, e controllato l’arrivo a Gaza di tutti i prodotti per gli ultimi 11 anni, determinando infine l’attuale scarsità. È questo controllo che deve essere rimosso.

La nostra chiamata è stata indirizzata verso l’Europa a causa del potenziale presente nelle sue precedenti deliberazioni di costruire un porto e di custodire le frontiere, per attivare rapidamente ad uno lsviluppo autonomo di Gaza, liberando la popolazione dal peso imposto dal blocco israeliano (e egiziano).

Un anno dopo il nostro appello, riconosciamo che, oltre a una riunione congiunta dei Presidenti della Sottocommissione per i diritti umani e della delegazione per le relazioni con la Palestina, nessuna delle azioni per Gaza è stata considerata dall’Alto Rappresentante europeo, dalla Commissione europea o dal Parlamento.

Nel frattempo, il blocco è stato ulteriormente aggravato dal governo israeliano e, attraverso misure interne e proxy, il confine di Rafah è stato chiuso per quasi un anno fino alla seconda settimana di Ramadan (3a settimana di giugno), i fondi dell’UNRWA sono stati tagliati dagli Stati Uniti, ed è minacciata di chiusura e si trova sul punto di dover ridurre i servizi educativi e sanitari e l’assistenza alimentare che provvede all’80% dei residenti di Gaza. Secondo il governo israeliano non c’è “nessuna questione dei rifugiati” e nessuna responsabilità per la loro sopravvivenza da parte sua.

Nel frattempo, la Grande Marcia per il Ritorno ha mostrato la volontà e la determinazione non di pochi ma di una generazione di giovani di Gaza di intraprendere un percorso disarmato di protesta politica contro il blocco, per chiedere libertà. Inequivocabilmente, e unitariamente, la popolazione di Gaza chiede autonomia e libertà per svolgere commerci, studiare, lavorare, visitare, svilupparsi. Richiede la cancellazione del blocco senza ambiguità. Questa richiesta è sicuramente in conflitto con il progetto israeliano di continuare a controllare ogni aspetto della vita a Gaza, e ciò si è visto anche nell’aggressione criminale con cui ha affrontato la protesta dal marzo scorso.

Nel frattempo, la situazione si è evoluta con l’annuncio da parte del governo israeliano della sua volontà di risolvere la “crisi umanitaria”, e dagli Stati Uniti della “soluzione del secolo” per la Palestina. La questione centrale all’ordine del giorno è il porto di Gaza.
Il modo in cui Israele ha proposto di costruire un porto non include la rimozione del blocco, ma comprende l’addebito dei costi e delle responsabilità alla comunità internazionale, o una coalizione di alleati, mentre Israele continuerebbe ad avere il controllo totale. La proposta contiene allo stesso tempo il potenziale, in somiglianza con i colloqui all’interno del processo di pace di Oslo, di consolidare la espansione e potere israeliano anche senza costruire il porto marittimo.

Questo non può generare pace e sviluppo.
È impossibile pensare alla pace senza giustizia e non c’è giustizia senza il riconoscimento dei diritti dei palestinesi, della loro autonomia e della fine dell’assedio di Gaza.

In questo contesto politico, un’ulteriore sospensione della decisione da parte dell’Europa, sarebbe una accettazione se non una collaborazione con il processo politico e pratico di occupazione da parte di Israele; una posizione chiara deve essere presa rapidamente per rimuovere il blocco.

L’affermazione israeliana è: “Vogliamo la pace e vogliamo costruire un porto per risolvere la situazione umanitaria di Gaza”, ma “non possiamo fidarci delle mani di nessuno straniero per la sicurezza del nostro paese, dobbiamo proteggerci dal rischio dell’uso improprio delle merci, quindi dobbiamo essere i controllori esclusivi del porto. Ciò implica la continuazione del blocco.

La proposta di un porto per Gaza di per sé non è una novità; col tempo è stato presentato una volta ancora, sempre per essere cancellato. Era già parte dell’accordo di Oslo (un porto è stato persino costruito e distrutto dai bombardamenti), è caduta nel dimenticatoio dopo che Israele ha si è opposto alla sua ricostruzione da parte dell’Europa nei primi anni 2000, è stata riesumata nel 2011 dal ministro israeliano Kahz, ed è stata una delle richieste di Gaza all’armistizio alla fine degli attacchi del 2014.

La proposta ora sembra progettata per andare avanti valendosi del sostegno da parte degli alleati, che permette di favorire, perfezionare e rafforzare la legittimità del blocco. Accoppiate sono la richiesta di soddisfare una “urgenza umanitaria” ed il fare pressioni sulla comunità internazionale, con la condizione che lsraele controlli la posizione e il funzionamento di un porto per Gaza.

Non vi è alcuna differenza nello (e nessun bisogno di) avere un porto marittimo quando le sue regole di funzionamento siano le stesse delle esistenti frontiere terrestri, che hanno rafforzato il blocco di Gaza negli ultimi 11 anni. Un simile porto non solleverebbe Gaza dal controllo totale, storicamente arbitrario e oppressivo, più spesso punitivo, quando non apertamente criminale, di Israele sulla popolazione.

Nel piano israeliano per un porto o nella proposta chiamata “l’accordo del secolo” dagli Stati Uniti (ancora da svelare completamente), non vi è alcuna promessa di un cambiamento positivo per la popolazione di Gaza o di sostanziale sollievo dal blocco. Ciò però non significa che non c’è una ragione di profitto per Israele e per i suoi alleati.

I denominatori comuni delle proposte ventilate di porto di Gaza di Israele e Stati Uniti e di altri loro sostenitori si intrecciano tra loro:

1- In tutte le proposte il porto non si trova in terra palestinese. Le località proposte sono El Arish in Egitto, Cipro o, in versione più creativa, una nuova isola artificiale al largo di Gaza. Si rivendicano ragioni di sicurezza per queste scelte, ma emerge che potrebbe non essere l’unica ragione, come qui di seguito.

2-In tutte le proposte è richiesto che le spese per costruire e gestire il porto siano sostenute da “parti internazionali”; queste potrebbero variare in base alla posizione proposta per il porto, suggerendo che ci sarebbe una gara d’appalto aperta alla migliore offerta per sostenere l’egemonia israeliana continua su Gaza e favorire la sua estensione nel Mediterraneo. Sarà Israele a dare il permesso finale di costruire un porto soggetto alla sua esigenza di controllo politico e pratico del blocco di Gaza e ad acquisire maggiori profitti e potere politico nell’area mediterranea in generale.

3-In tutte le proposte il controllore unico del porto sarà Israele, le sue regole prevalgono su qualsiasi insieme di regole internazionali. Sarà Israele a determinare le regole di funzionamento, a decidere chi lavora lì, chi serve nella sicurezza, nei servizi ecc. E, naturalmente, cosa e chi passa attraverso una serie di regole di ordinamento autodeterminate. Poiché le spese per questo saranno a carico della comunità internazionale, questa legittimerà quindi queste regole, analoghe a quelle che ora governano il confine terrestre di Gaza, negando la libertà per Gaza a qualsiasi livello.

La “soluzione o affare del secolo” in effetti, sotto ogni punto di vista, ma solo per Israele.

Abbiamo chiesto un anno fa, e continuiamo a chiedere, che l’Europa si assuma la responsabilità dei disastri che il suo cieco sostegno ai governi israeliani ha prodotto e continua a permettere di essere condotti in Palestina, e che agisca per ripristinare i legittimi diritti alla libertà per il popolo di Gaza.

Abbiamo chiesto che l’Europa utilizzi i meccanismi già esistenti, che potrebbero garantire più rapidamente l’autodeterminazione dei palestinesi su ciò che commerciano, con chi commerciano, chi viaggerà e chi tornerà a casa.

Abbiamo chiesto un anno fa, e chiediamo ancora, che l’Europa agisca verso la rimozione totale dal blocco di Gaza esercitando equità nei confronti del popolo di Gaza, in accordo con le leggi internazionali e le deliberazioni ONU.

Qualsiasi altra posizione, nelle circostanze attuali, sarebbe la collaborazione per favorire l’asservimento della popolazione di Gaza e la dissoluzione della Palestina.

Ed è anche il momento che l’Europa mostri al suo popolo che le parole usate così spesso come “equità” e “preoccupazione per i diritti umani” e “autonomia del popolo” significano azioni.

10 Luglio, 2018